"I Carioti della Piave" di Alfonso Beninatto. Piazza editore.

Pubblicato il da lucafavaro.over-blog.it

 

Una recensione a un libro di Alfonso Beninatto era una cosa assolutamente dovuta. Non tanto perché Alfonso è un amico che mi ha molto aiutato e incoraggiato nel mondo dell’editoria accettando di condurre le presentazioni dei miei libri, ma soprattutto perché Alfonso è uno scrittore di notevole spessore, che nulla avrebbe da invidiare ai grossi nomi della letteratura italiana, e sicuramente con qualcosa di importante da insegnare a qualche spocchioso autore avente come unico pregio il riuscire a vendere migliaia di copie spacciando aria fritta.

Ho letto 3 libri di Alfonso, ma devo dire che questo “I Carioti della Piave” è quello che mi ha conquistato di più, mi è entrato nel cuore e considero fino ad ora il suo capolavoro.

Com’è riportato dall’editore sulla quarta di copertina, il romanzo prende spunto da un fatto accaduto realmente, in un periodo storico a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, ambientato nelle grave della Piave. Protagonista è una delle tante famiglie “gravaiole” di quel tempo, piuttosto povere anche se tutto sommato in condizioni discrete rispetto a tante altre realtà familiari. Il racconto ci riporta alla vita di quegli anni, molto meno sofisticata di adesso, ma sicuramente molto più essenziale e in armonia con le leggi della natura. Un periodo storico povero di comodità, ma non per questo meno felice di adesso, e anzi, sotto alcuni aspetti, molto più naturale, sano e indubbiamente dai ritmi molto più umani. I Carioti erano una categoria di lavoratori che generalmente abitava le grave della Piave.  Vivevano raccogliendo i sassi di cui le rive del fiume sono tutt’oggi ricche, selezionando i migliori, caricandoli nei carri e trasportandoli per venderli alle fornaci. Un lavoro molto duro fisicamente, senza orari, com’era in realtà la maggior parte dei lavori di quel periodo. Non esistevano mediazioni sindacali e bisognava davvero votare la propria vita alla fatica per guadagnare il necessario per vivere dignitosamente. Tanti erano i sacrifici a cui gli uomini dovevano sottomettersi. I pochi divertimenti di quei tempi erano molto più poveri di quelli di oggi, eppure i rapporti umani, pur passando attraverso a momenti in cui la convivenza non era per niente facile, erano sicuramente più caldi, accoglienti e rispettosi. C’era il rispetto per l’autorità che oggi è diventato ormai un utopistico ricordo, le leggi e i regolamenti tacitamente conosciuti da tutti, tipici delle famiglie patriarcali, dove ognuno aveva un suo compito, ognuno aveva comunque un proprio ruolo che volente o nolente doveva accettare. Le arti e i mestieri si tramandavano da padre a figlio, con un occhio di riguardo per gli anziani, saggi e carismatici che avevano un notevole peso sulle decisioni familiari. I nipoti imparavano soprattutto dai nonni, e bisogna dire che anche adesso è rimasto intatto il rapporto di complicità che si crea tra nonno e nipote, forse una delle poche cose eterne che ha resistito al passare del tempo. La fede semplice, un po’ ingenua e dogmatica, il rispetto per le parrocchie, nonché per la figura dei parroci, che a quei tempi potevano quasi dettare legge alla collettività era un marchio sicuro in quegli anni. Il popolo si rivolgeva a Dio attraverso a preghiere, digiuni e novene per chiedere la pioggia nei periodi di siccità, o di essere risparmiati dalle calamità naturali come la grandine che allora come adesso era una vera e propria maledizione per l’agricoltura.

Il racconto si snoda attraverso alla descrizione delle usanze di quel tempo. Le sagre paesane che spesso erano momenti di incontro in cui i maschi si procacciavano le fidanzate, il palio delle contee, le gare, la cuccagna, la vendita di materiali e animali dei mercanti, i preparativi dei matrimoni, la caccia alla selvaggina, il tutto contornato da ore e ore di duro lavoro. La famiglia protagonista vivrà momenti di gioia ma anche di terrore e di disgrazia. Si percepisce in alcune righe lo scorrere inarrestabile del tempo, la scomparsa di alcuni lavori oggi perfino dimenticati, l’artigianato, l’agricoltura che si appresta a lasciare spazio all’industrializzazione.

Il protagonista assoluto è la Piave, fiume affascinante quanto inquietante, benigno, accogliente che sembra provvedere sempre alle esigenze dei suoi abitanti, coccolandoli e trattandoli come dei figli, ma che esige da loro dedizione e rispetto, che sa trasformarsi anche in un crudele assassino, che come sa donare sa anche togliere. Incapace di perdonare e pronto a rubare la vita a chi commette l’errore di sottovalutarlo, il fiume sottolinea che l’uomo, per quanto si affanni per affermare la sua supremazia, non potrà mai vincere contro la natura.

Avremmo bisogno un po’ tutti di ricordare che la natura è perfettamente in grado di estinguere l’uomo, in qualunque momento e in una frazione di secondo, così com’è successo ad altre forme di vita esistite nei millenni passati.

Lo stile di Alfonso è semplice ma molto raffinato, non privo di termini eleganti, ma anche molto essenziali, sicuramente la lettura di questo romanzo è coinvolgente, appassionante. Un libro prezioso, da possedere e leggere, scorrevole e a tratti piacevolmente nostalgico. Molto utile anche come documento storico, sono sempre stato convinto che il racconto è la miglior forma di insegnamento, perché stimola la curiosità e diventa una forma di apprendimento attiva.

Il libro è stato pubblicato nel 2006, ma l’ho visto recentemente presente in diverse librerie, oltre a poter essere ordinato nelle principali librerie on line e nel sito della casa editrice.

Complimenti quindi ad Alfonso Beninatto, l’autore a cui spero con questa recensione di aver reso un gradito quanto meritato omaggio.

                                                                                                         Luca.

 

Alfonso Beninatto
Alfonso Beninatto

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