"La paura e il coraggio di ricominciare" di Rainalda Torresini.

Pubblicato il da lucafavaro.over-blog.it

Ho sempre amato i numeri da giocare, da regalare, da contare. Non ho giocato col mio passato e con l'autobiografia cerco di fare un puzzle dai contorni chiari e definiti. Amo la fotografia, la poesia e i gialli che mescolo in un bouquet dai profumi speciali.

La vita acquista sapore proprio quando scende.

(Nata a Crespano del Grappa, prof in pensione, il 22 gennaio di alcuni anni fa )

Con queste semplici parole si presenta Rainalda Torresini, ma io mi permetto di aggiungere che Rainalda, oltre a essere un valido soprano del Coro Sonoria, è anche una bravissima attrice teatrale, un altrettanto bravissima poetessa e appassionata scrittrice di un certo spessore pur nella sua semplicità.

Lo dimostra pienamente in questo racconto pubblicato nell’antologia “Tu, io e i mondi possibili – racconti sul tema ispirati a: Il coraggio e la paura di cambiare”.

Un racconto attualissimo vista la situazione globale in cui versa ormai il nostro paese, che si propone di centrare l’obiettivo su quello che è il vero senso della vita, che un eccessivo consumismo ci aveva forse fatto dimenticare. Pur nella drammaticità della situazione, nulla viene per caso, e ben venga anche la crisi se può servire a riportare i ritmi di vita a livelli più umani, a dare il giusto senso alle cose più importanti, a vivere con maggiore sobrietà, a fare da stimolo per costruire un mondo migliore. Il consumismo celebrato dal capitalismo sta cadendo, sta a noi costruire giorno per giorno, nel nostro piccolo, un mondo fondato sull’amore e sulla solidarietà.

Ma non voglio dilungarmi oltre, preferisco dare spazio al bellissimo racconto di Rainalda, a cui non posso che fare i miei complimenti, e ringraziarla per avermi autorizzato a pubblicarlo nel mio blog. Grazie Rainalda!

Era una giornata grigia e nebbiosa, una di quelle in cui anche il cielo non prova a distrarsi dalla noia e non regala un filo di luce, nemmeno nelle ore più calde del mattino. Nebbia fuori e dentro il cuore di Paolo mentre entrava in ufficio, solo, perso nei suoi propositi di abbandono.

“ C'è un momento nella vita in cui ti trovi sull'orlo del precipizio” aveva iniziato a scrivere nel biglietto intestato alla sua ditta. Aveva deciso di farla finita.

In una notte le fiamme di un incendio improvviso avevano divorato il capannone con la merce da consegnare, e i macchinari si erano ridotti a un ammasso nero e puzzolente. Il lavoro di una generazione sfumato insieme al nome dell'azienda, costruita con tenacia dal padre e prima ancora dal nonno, figlio di contadini.

A causa di un incidente aereo, Paolo era rimasto orfano, quando ancora era studente universitario. Figlio unico, in quel doloroso frangente, aveva deciso di prendere le redini della ditta e abbandonare gli studi. Seguendo le orme paterne , si era impegnato per mantenere una produzione artigianale, ingrandita senza grosse ambizioni, e sempre nel rispetto della legge e dei lavoratori.

Nel corso degli anni aveva assunto molti operai immigrati dal Senegal. Lontana da lui l'idea dello sfruttamento, aveva cercato di rendere loro la vita confortevole, trovando un alloggio decoroso per accogliere mogli e figli, che li avevano raggiunti.

Insieme erano diventati una grande famiglia.

“Sono egoista ad abbandonare tutto e tutti, ma non vedo via di scampo– rifletteva, guardando i resti del rogo - Mi sento responsabile verso i miei dipendenti che dovrò licenziare e lasciare in mezzo a una strada. Per una svista, non ho rinnovato l'assicurazione. Lo so che quello che è successo è solo colpa mia. Ho chiesto aiuto alle banche e ieri anche l'ultima richiesta di prestito mi è stata negata .” Sospirando, pensava alla fine della sua vita: la voleva veloce e meno dolorosa possibile.

Si alzò e guardò fuori dalla finestra dell'ufficio, rimasto miracolosamente intatto. Si affacciava sul Sile, il fiume che amava. Sorrideva Paolo, guardando lo specchio d'acqua, coperto dalla foschia, e rivedeva ragazzo mano nella mano con Maria, passeggiare lungo il ramo vecchio del fiume, all'ora del tramonto, con tanti sogni da realizzare insieme. Come in un film, scorrevano le immagini delle loro uscite domenicali lungo l'alzaia, sul percorso in legno, con i bambini nel passeggino, intenti a riprendere con la macchina fotografica le famiglie dei cigni, che galleggiavano in fila indiana sull'acqua, nel cimitero dei Burci. “Hai visto Maria le folaghe- diceva emozionato- il maschio e la femmina costruiscono il nido insieme, come due amanti fedeli?- e aggiungeva - Uniti, anche loro, come siamo noi.”

Si amavano ancora, dopo trent'anni, nonostante i problemi affrontati nel lavoro. Avevano combattuto fianco a fianco, sacrificando le vacanze e qualsiasi lusso per rendere la vita più facile ai figli. Due figli che avevano riempito la casa di grida gioiose. Diplomati tutti e due, avevano scelto una vita diversa dal lavoro nell'azienda paterna, e al momento erano disoccupati.

“Che ne sarà di loro?- rifletteva preoccupato - Dovranno pagare i debiti che ho fatto. Maria sarà costretta a vendere la casa, e vivere una vita misera. La crisi ha colpito tutti, i clienti non riescono a pagare le consegne già fatte e io non ho più niente da vendere, tranne il terreno dove sorgeva il capannone. Ricominciare a produrre non è più possibile, senza un finanziamento, e io dagli strozzini non voglio andare.”

Sentì all'improvviso un brivido corrergli lungo la schiena. Il sole pallido dell'inverno illuminava all'alba le sponde del fiume, coperte ancora di foglie color ocra, e l'acqua cominciava ad assumere riflessi dorati. “Nel Sile no, -esclamò,sicuro-non riuscirei ad annegare facilmente. Il mio istinto mi direbbe di nuotare , di galleggiare anche tra i mulinelli.”

Tornato a sedersi , si accorse del giornale, abbandonato sul tavolo la mattina della disgrazia, e iniziò a scorrere le pagine locali.

“Questi articoli sembrano la strage degli innocenti. Non si parla altro che di violenze verso donne inerti, furti, rapine, omicidi di familiari e nell'ultimo periodo tanti suicidi. Non voglio diventare anch'io una fotografia sulla cronaca nera.”

Paolo, tra le disgrazie di quel giorno, aveva notato il nome di un commerciante. Non resistendo al disonore del fallimento, si è dato fuoco davanti al Comune, diceva l'articolo. Aveva riconosciuto nella foto un suo compagno di Università. Da ragazzo lo aveva invidiato per la sua spigliatezza e da adulto lo aveva seguito, per un certo periodo, nella scalata al successo. Il vecchio amico apparteneva ad una famiglia benestante e non aveva dovuto lottare per costruirsi un nome.

“Eppure, poveretto, non ha resistito nemmeno lui alla vergogna e ha scelto di fare una fine atroce” pensò e, sconvolto da quella notizia, si mise a piangere. Le lacrime bagnavano la fotografia e consumavano il foglio, come si consumava la sua disperazione, che trovava sfogo dopo tanto penare in silenzio. Con i familiari non aveva voluto far capire la sua preoccupazione. Anche quella mattina si era allontanato da casa presto, con la scusa di una passeggiata. Niente faceva presagire la scelta estrema che stava per fare.

“Come sono arrivato a questa decisione così dolorosa?” si chiedeva, mentre allontanava da sé l'idea di una fine orribile.

I cattivi propositi e la ricerca di una soluzione possibile rimbalzavano nel cuore e nella mente.

“ Se morirò, scapperò dalle cose brutte ma perderò anche le cose belle che potrebbe riservarmi il futuro. Ci sono persone che in cinquant'anni mi hanno voluto bene. Non ho chiesto la carità a nessuno, preferendo chiudermi a riccio e allontanarmi anche dagli amici. Ho perso tutto, ma sento che c'è una forza in me che mi spinge a ricominciare. Vorrei essere un mago per estrarre dal cilindro una possibilità di vita. Dovrei provarci, ma come? Ho paura che il destino non stia dalla mia parte.”

Mentre rifletteva con la testa tra le mani, appoggiato alla scrivania, si addormentò.

Fu una pacca sulla spalla a svegliarlo.

Pensò subito di essere arrivato in Paradiso e di trovarsi vicino un angelo, un insolito angelo nero, che gli fece ricordare una canzone di Fausto Leali .

L'angelo lo chiamava per nome:” Paolo, che cosa stai facendo? Cosa significa quel biglietto? Hai dimenticato che siamo tutti una famiglia? Condivisione è il nostro motto, ricordi? Nella buona e nella cattiva sorte, come nella promessa di matrimonio!

Paolo era stordito e non riusciva a capire quello che stava vivendo. Le lacrime ancora calde e il viso bagnato gli dimostravano che la sua non era una visione, ma la realtà. L'angelo nero stava strappando il foglio con il suo addio al mondo e lo gettava in aria riducendo i cattivi propositi in tanti coriandoli sparsi nella stanza.

“Vieni- disse - usciamo, devo farti vedere qualcosa che ti scalderà il cuore.”

Lo trascinò fuori, e salirono in macchina. Paolo non riusciva a capire che cosa stesse succedendo, si sentiva ubriaco, sapeva solo che qualcuno, con la forza, lo liberava da una scelta estrema e gli era riconoscente.

Scesi dalla macchina i due si incamminarono nella campagna. Fiducioso, aveva preso per mano il suo angelo, riconoscendo in lui Aftab, il suo fedele collaboratore in azienda.

“Dove mi porti?” chiese incuriosito. “Guarda.” gli rispose. Davanti a loro si estendeva la campagna veneta, quella descritta con maestria dal poeta Zanzotto*. Era passato tanto tempo da quando, bambino, correva con gli amici tra i filari delle viti, per rubare i grappoli d'oro. Sentì una pace fresca scendere in lui. Pensò al fato, lo sconosciuto, che sapeva come sarebbe finita la sua vita. Si ricordò di avere letto, in un libro, una frase della quale, solo in quel momento, riusciva a capire il senso: “Ogni persona che troverete nel vostro cammino vi donerà qualcosa, senza nulla chiedere in cambio. Fa tutto parte di un disegno già segnato.”

“Non mi ero mai accorto di quanto fosse bella la campagna.- pensò sospirando-Sempre chiuso a lavorare, anche di domenica, avevo perso il contatto con la natura.

Aftab gli aveva letto nel pensiero.“ Non ti ho mai detto che nella mia lingua Aftab significa “sole”. Ecco, io voglio essere quel “sole” per te, la luce che hai perso. Nella disperazione e nella solitudine sei caduto nell'abisso più nero e io ti voglio aiutare a risalire la china. La nostra vita ricomincerà da qui.” disse mostrandogli un terreno.

“Non capisco- disse Paolo- continua.”

“ Tu ci hai dato il lavoro nella tua azienda e noi, con i nostri guadagni abbiamo scelto di investire nella coltivazione di quello che voi chiamate “ il fiore d'inverno”*. Ci ha appassionato scoprire che alcuni semi di questa pianta sono stati inviati sulla luna. Il mio popolo ha sempre amato il lavoro della terra ma nel nostro paese tutto si secca in poco tempo. In campagna lavoriamo tutti, con mogli e figli. Lavoravamo nei giorni di riposo, non volevamo che tu potessi pensare a un abbandono.- disse notando che Paolo scuoteva la testa- Noi siamo persone leali e non ti avremmo mai tradito. Tu sei stato generoso con noi ed è arrivato il momento di ricambiare. La nostra terra sarà anche la tua e quando avrai venduto ciò che rimane dell'azienda moltiplicheremo la produzione e lavoreremo insieme.”

Mentre Aftab parlava, la coltre grigia e umida che copriva il cielo si era diradata fino a scomparire ed era apparsa la luce. Un lieve tepore riscaldava l'aria, avvolgendo anche l'animo di Paolo.

Con le parole di Aftab la sua mente cominciava a lavorare. Avrebbe realizzato degli eventi speciali per diffondere il prodotto, una piattaforma informatica per far conoscere l'attività agricola anche ai non addetti ai lavori.

“ Sento il cuore che ricomincia a pulsare.- disse Paolo, battendosi una mano sul petto - Era coperto di ghiaccio e tu l'hai riscaldato. Era un giorno buio per me, con lacrime di pioggia che scendevano sul mio presente, oppresso dalla solitudine. Vagavo come un cieco e tu mi hai offerto il braccio per tornare a camminare sulla via della speranza. La mia gratitudine non avrà fine, fratello mio.”

Aftab non sembrava turbato dalle parole di Paolo e aveva ripreso, con disinvoltura, a parlare dei metodi usati per produrre al meglio, descrivendo nei dettagli le fasi della coltivazione, illustrandone tutti i segreti, come se fosse nato nel Veneto e non al caldo della lontana Africa.” Ti insegnerò ad amare i frutti della terra, a non disprezzare il lavoro fatto sporcandosi le mani, soffrendo il gelo dell'inverno e il caldo dell'estate. Tornare ad avere i calli sulle dita può aiutare a sentire il cuore più leggero. Non sai quante soddisfazioni ti può dare fare il contadino e vendere i prodotti coltivati con amore.”

Paolo ascoltava Aftab a bocca aperta, chiedendosi quando mai avesse trovato il tempo di apprendere tutto quello che gli stava raccontando. Aveva molto da imparare da lui.

La voglia di avere una vita diversa lo entusiasmava. Pensava a quando l'avrebbe detto a Maria. Quella mattina si era alzata, sentendolo sveglio prima dell'alba. Ricordava le sue parole sulla porta di casa.” Vai pure a distrarti, ne hai bisogno, e ricordati che qui c'è la tua famiglia che ti aspetta, non dimenticarlo mai. Qualunque decisione tu voglia prendere, noi saremo al tuo fianco.”

“Talvolta per crescere bisogna tornare indietro, ai lavori dei nostri nonni.”-disse ad Aftab- “ Tornare alla terra mi aiuterà a capire il senso della vita.”

Il giorno volgeva al termine. Quel giorno, che era cominciato con un grande freddo fuori e dentro, si era trasformato. Il cielo al tramonto era coperto di nuvole rosa e i picchi lontani, rosso fuoco, lasciavano presagire un domani di pieno sole.

Rainalda Torresini

*“fiore d'inverno” ( radicchio rosso tardivo di Treviso)

*Perché siamo (Dietro il paesaggio) di Andrea Zanzotto

“...c’è il radicchio, diletta risorsa
profusa alle mie dita
a un vento che non osa disturbarci.

"La paura e il coraggio di ricominciare" di Rainalda Torresini.
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Rainalda Torresini 02/24/2014 20:29

Grazie Luca per la tua recensione.
Spero che questo racconto serva a chi lo legge per riflettere sulla nostra condizione di vita.