"Dialogo con Dio", estratto del racconto di Luca Favaro: "Il ritorno", tratto da "Il sentiero della libertà".

Pubblicato il da lucafavaro.over-blog.it

“Ciao figliolo! Come stai?”

Come stai? Ma che razza di domande! Ero morto! Come poteva

stare uno che era morto?

“Male! Molto molto male!”

“Oh mi dispiace. E dimmi un po’, perché stai male?”

No dico… aveva anche il coraggio di chiedermi perché! Mi

prendeva in giro! Oltre al danno, anche la beffa!

“Signore io sono troppo giovane per morire! Mia moglie e i miei

bambini hanno bisogno di me! Forse c’è stato un errore!”

“Beh figliolo, sicuramente c’è stato un errore!”

“Oh bene! Sono proprio contento che Tu sia d’accordo con me,

perché vedi…”

“Ma dimmi una cosa ragazzo mio: chi ha fatto quell’errore?”

“Beh sì lo so che non dovrei dirlo, e spero che tu non te la prenda,

ma credo che l’abbia fatto tu! Hai stabilito il giorno della mia

morte troppo presto! Ho solo quarant’anni e tante cose da fare ancora.

Ho voglia di vivere! Probabilmente quando mi hai creato, hai

fatto male i calcoli! Oh, senza offesa sai? Capita! Sapessi io, sono un

disastro in matematica!”

“Ma dimmi ragazzo mio, chi ti ha detto che il giorno della tua

morte era già stabilito?”

Lo guardai con perplessità.

“Che cosa intendi dire?”

“Forse eri in ritardo per colpa mia? Ti ho detto io di svegliarti e

alzarti dal letto tardi?”

“No certo, ma…”

“E forse sono stato io a dirti di correre forte e di superare quel

camion? Dimmi, sono forse stato io?” Timidamente risposi: “Beh,

certo che no”.

“Tu non sei un burattino che io manovro attraverso i fili. Hai

una mente che pensa autonomamente, e sei libero di agire come

vuoi e come credi! Io non ti accuso. Non dico che l’errore è stato

tuo, anzi, probabilmente è stato un incidente, ma una cosa è certa:

ad aver sbagliato, non sono stato io”.

Rimasi senza parole. Aveva ragione. Ma dopo un attimo di esitazione

ripresi: “Sì, nel mio caso è vero. Ho sbagliato io, ma che mi

dici di tutti quelli che muoiono perché si ammalano gravemente? I

bambini che muoiono di leucemia per esempio, oppure giovani che

si ammalano di sclerosi multipla. Di chi è la colpa? Che cosa hanno

fatto di male?”

“Capisco. Tu pensi che la colpa sia mia”.

“No, non voglio dire questo, ma…”

“Dimmi un po’: qual è la causa dei tumori?”

“Beh, l’inquinamento, un’alimentazione scorretta, una condotta

di vita sbagliata”.

“Hai detto bene! Se un costruttore di case, usa del materiale scadente

per costruirle, spacciandolo come se fosse di prima scelta, ma

in realtà è pieno zeppo di sostanze nocive, solo perché si deve arricchire,

per forza di cose chi vi abiterà si ammalerà prima o poi”.

Anche sta volta aveva ragione.

“E dimmi figliolo: ho forse mai detto che dovete pensare solo

ad arricchirvi nella vita? Ho forse mai detto che dovete pensare a

guadagnare anche a costo di creare sofferenza agli altri? Vi ho forse

comandato di sprecare e inquinare il più possibile? Vi ho forse incaricati

di far morire il pianeta il più presto possibile?”

“Beh, no!”

“I mali del mondo, sono spesso conseguenza del comportamento

deviato di alcuni uomini. Non dico tutti, ma basta una sola mela

marcia per rovinare anche le altre. Voi fate di tutto per seguire i vostri

idoli che vi portano lontano da me, e di conseguenza alla morte”. Ancora

una volta fui ridotto al silenzio. Lui riprese chiedendomi: “Allora

ragazzo mio, tu sei Luca giusto? Bene! Cosa mi racconti di te?”

“Sì, io sono Luca. Luca Favaro, e sono un Cattolico”.

Si alzò in piedi e si avvicinò a un’enorme libreria.

“Dunque vediamo… Cattolico hai detto vero? Allora… Buddisti,

Induisti, Islamici e Cristiani. Ecco sì, Cristiani. Ma dove ho messo i

Cattolici? Dunque… Ortodossi, Protestanti, Anglicani e… ma guarda

proprio l’ultimo volume! Cattolici! Hai visto che l’ho trovato?”

Prese tra le mani un enorme librone e si sedette poggiandolo

sulla scrivania. Quindi lo aprì: “Allora vediamo, dov’è il mio Luca?”

Cominciò a consultare un elenco infinito, e vedendolo un po’ in

difficoltà intervenni io per aiutarlo: “Sono della parrocchia di Breda

di Piave, diocesi di Treviso”.

“Oh sì sì, ecco! Breda di Piave, trovata!”

“Sono abbastanza attivo nella parrocchia, canto nel coro degli

adulti, faccio servizio nel bar dell’oratorio, faccio parte del gruppo

Fidem e sono anche stato nominato ministro straordinario. Però

canto anche in un coro Gospel. Sono diventato guida negli esercizi

spirituali di S. Ignazio e…”

“Mamma mia figliolo! Quante belle cose!”

“Già e dimenticavo: io sono infermiere. Ho lavorato tanto in

medicina, ho seguito i malati terminali, ho lavorato in case di riposo,

e ultimamente sono in Ortopedia”.

“Nient’altro?”

“Beh, vediamo… ah sì, suono il pianoforte e la chitarra. Mi piace

cantare, poi quando posso, dipingo e… ah sì, mi piace scrivere.

Ho già pubblicato un libro che ha avuto anche un buon successo e

ultimamente ne sto scrivendo un altro”.

“Non hai nient’altro da dirmi? Vedo qui che sei sposato”.

“Oh sì, che sciocco che sono! Credevo l’avessi già capito da quello

che ti avevo detto prima. Sono sposato con una splendida donna,

e ho due figli meravigliosi. E proprio di loro vorrei parlarti”.

“Che cosa vuoi dirmi di loro?”

“Io sono morto e loro ora sono rimasti soli. Lo so che le regole non

sarebbero queste, ma tu non potresti per una volta farmi tornare in

vita? In fondo l’hai già fatto con Gesù. Hai già creato dei precedenti

insomma! Se non vuoi farlo per me, fallo almeno per loro! Ho sbagliato

sì, ma non è giusto che dei miei errori debbano fare le spese loro!”

In quel momento scattò in piedi, chiuse rumorosamente il librone

e lo ripose al suo posto. Poi mi si avvicinò, mi mise due mani

sulle spalle e mi osservò intensamente.

Fu in quel momento che notai l’indescrivibile bellezza di quell’essere.

Il suo sguardo di sconcertante profondità era un connubio di

forza e debolezza, allegria e tristezza, superbia e umiltà. Quell’essere

era un centro, dove confluivano tutte le caratteristiche umane, avvolte

da una membrana di misericordia, in un contenitore costituito da un

amore, che non era solo amore, ma andava molto oltre. Uomo e donna

erano presenti in quella creatura. In lui c’era tutta l’autorevolezza

di un padre, e tutta la tenerezza di una madre. Mai visto un uomo così

virile. Mai visto una donna così femminile. Mai incontrato in vita

mia un essere così familiare e misterioso allo stesso tempo.

“Ragazzo mio, tu non hai ancora risposto alla mia domanda”.

“Come non ho risposto? Ho risposto sì!”

“No invece!”

“Ma insomma! Che cosa posso dirti più di così? Vuoi che ti racconti

per filo e per segno la storia di tutta la mia vita?”

“La tua vita la conosco benissimo! La conosco più di quanto la

conosci tu! Io ho camminato con te, ho vissuto con te, ho gioito,

ho pianto con te! Pensa, io ricordo alla perfezione il giorno della tua

nascita, splendido giorno! E ricordo meglio di te il giorno del vostro

matrimonio: meraviglioso!”

“Allora? Che cosa vuoi sapere?”

“Rispondi all’unica domanda che io ti pongo: quanto hai amato?”

Mi si aprì un mondo davanti. Un mondo cui avevo sempre dato

poca importanza, ma che invece si rivelava fondamentale: il mondo

delle emozioni, dei sentimenti. Rivissi tutta la mia vita, ogni singolo

avvenimento provando tutte le sensazioni vissute, e mi stupii di

una cosa: avevo avuto una vita meravigliosa, totalmente immersa

nell’amore. Quanta gioia, quanta allegria, quante soddisfazioni, ma

anche quante lacrime, quanto dolore, quante delusioni, quanti errori,

tutto per amore. Per amore, solo per amore come recita una nota

canzone del caro Vecchioni.

“Tanto Papà. Io ho amato tanto!” Non so perché mi venne spontaneo

chiamarlo Papà, e notai che il suo viso s’illuminò di gioia.

“Sì Papà, io ti amo tanto! Ma…”

“Ma?” A quel punto scoppiai a piangere.

“Ma non sono ancora pronto per stare qui con te. Ti prego

perdonami! Ti scongiuro, fammi tornare da mia moglie e dai miei

bambini! Non sono ancora pronto per morire!”

Dopo avermi afferrato, mi abbracciò stringendomi forte a sé, e

mi disse: “Figliolo mio, io sono sempre con te, e tu con me. Io ti

amo! Non sopporto di vederti soffrire. Per ora sono solo in grado di

donarti la vita, poi il resto si vedrà!”

Tra le sue braccia mi sentii invaso da una piacevolissima sensazione

di calore. Le mie palpebre si fecero sempre più pesanti, finché

mi riaddormentai abbandonandomi ancora al buio.

"Dialogo con Dio", estratto del racconto di Luca Favaro: "Il ritorno", tratto da "Il sentiero della libertà".
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