"Vivere in un tempo senza ore", articolo di Mario Cutuli su La Vita del popolo.

Pubblicato il da lucafavaro.over-blog.it

"Vivere in un tempo senza ore", articolo di Mario Cutuli su La Vita del popolo.

Ciao a tutti! Vi segnalo un articolo sulla "Vita del popolo" di questa settimana dedicato a "Il tempo senza ore" a opera di Mario Cutuli, a cui non posso che rivolgere il mio sincero ringraziamento.

Vivere in un tempo senza ore
Luca Favaro ci porta nel labirinto dell' alzheimer

Come entrare in un bosco per restarne pian piano irretiti. Per smarrirsi tra sentieri che si intersecano e si confondono, che convergono per separarsi ancora... E' il tragico mondo dell' alzheimer. Che, piano piano, proietta nel deserto della solitudine. Che sconvolge, scompiglia, scompagina, sovverte. Che uccide la memoria, per cancellare il passato e popolare la mente di allucinazioni, nelle quali la realtà si veste di ombra e si maschera di parvenze. Il tempo senza ore, editrice Nulla Die, è il primo romanzo di Luca Favaro. Pagine "frutto di un lungo e sofferto travaglio", di tormentato scavo interiore nelle pieghe di un male che Favaro, complice la competenza acquisita tra le tante corsie come operatore sanitario frequenta. Tragici segmenti di una vita che non è più tale e che Favaro annoda con competenza ed esemplifica nella figura di Marco Galeotto, apprezzato maestro di musica e brillante direttore di coro prima di perdersi in un "tempo senza ore", in un inestricabile labirinto dalle mille spire dal quale non si esce più. Il maestro Galeotto vive sulla propria pelle una metamorfosi che sembra trasformarlo nel paradigma di una sofferenza che coinvolge non soltanto la sua mente e la sua sensibilità, ma anche quella di chi lo circonda e lo stima, compresa quella stessa del lettore che abbandona presto la lente della semplice curiosità per decidere di camminargli accanto. Di volerlo, persino, se fosse possibile, soccorrere spinto da un sentimento che non è di compassione, ma di affetto. Trovare perciò, tra le pagine di Favaro, il protagonista di questa storia struggente di questo romanzo che per più di un lettore "s'incide sotto pelle", e fa avvertire il labile confine che demarca sanità e malattia, non è facile. Soltanto alla fine del romanzo, costantemente eretto da un registro linguistico volutamente e tutt'altro che elaborato, forse eccessivamente realistico in qualche battuta sulla bocca degli interpreti, si coglie il filo che lega una pagina all'altra. Lo si individua in un mondo fatto di sentimenti sempre teneri e delicati, nutriti di vera amicizia, se non proprio di amore. Come accade a Margot, giovane ragazza di origine francese, l'altra protagonista del romanzo, che con Marco al quale si sente legata, decide di condividere i giorni amari e le brevissime pause di lucidità che la malattia consente. Gli altri, pochi personaggi che ruotano nel romanzo - più che a descriverli, Favaro li osserva pateticamente dall'altro - poco a poco, si diradano e attorno a Marco e a Margot viene intrecciato un filo che, quasi in modo subdolo, circoscrive ed emargina. Il coro che il maestro Galeotto ha a lungo diretto, le orchestre che ha conosciuto e frequentato, sono lontani, i tanti ammiratori non lo conoscono più. Nel deserto della sofferenza, spesso, se non sempre, si cammina da soli o con pochi fidatissimi compagni di viaggio... La tragica fine di Marco, una "verità" che lui non ha modo di conoscere, con la quale Favaro costruisce l'epilogo del romanzo, che emerge improvvisa e inaspettata, sembra confermare - chiamateli "destino" o "provvidenza" - quanto i giorni di ogni uomo siano stati scritti a sua insaputa. Quanto il filo della vita che ognuno quotidianamente dipana, sia stato da sempre accuratamente preparato. Ignorarlo serve a illudersi di poter modellare a piacimento i nostri giorni. Mario Cutuli

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